Isidoro della Natività della B.V.M.

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Nacque a Carpeneto, in provincia di Alessandria, il giorno 8 luglio 1696.

Fu battezzato nello stesso giorno per pericolo di morte nella sua stessa casa e gli fu imposto il nome di Giacomo Antonio Sciuto. Apparteneva ad una modesta famiglia, terzo di quattro fratelli in un ambiente familiare sano ed onesto, di profonda fede e di grande laboriosità. Per le varie difficoltà del suo tempo rimase privo di cultura e pressoché analfabeta come molti tra i suoi contemporanei, riuscendo soltanto a leggere. Privo di quelle doti che il mondo apprezza molto, era ritenuto e descritto come "uomo rozzo e di nessuna cultura" e tuttavia risplendeva nella sua persona e nella sua anima la luce di Dio, la grazia che non ha bisogno di umane doti per incarnare e rendere visibile la santità cristiana.

Invaso dalla potenza e sapienza di Dio, quest'uomo, silenziosamente e nascostamente si adoperò sempre e ovunque per la gloria di Dio e per la salute delle anime; senza alcun clamore e senza il plauso degli uomini, per tutta la sua vita. Allo stesso tempo era dotato di buona salute, di grande equilibrio morale, di semplicità, umiltà e rettitudine.

Il Signore gli volle far dono della vocazione religiosa; sentì la chiamata alla vita monastica non per una qualsiasi sistemazione, ma per rispondere prontamente all'appello divino: "Chi vuol essere mio discepolo, prenda la sua Croce e mi segua" (Matt. 16,24). Lo scopo era quello di poterlo amare di più, salvare la sua anima e cooperare alla salvezza di tutti. Diversamente in famiglia non gli sarebbe mancato il modo per una dignitosa sistemazione. Dopo la necessaria consultazione con i suoi e con il suo Parroco entrò al Carmelo nel 1721 e poco tempo dopo, il giorno 8 Settembre dello stesso anno indossò l'abito dell'Ordine in S. Maria della Scala in Roma e trascorse due anni di formazione in quel tanto ricordato noviziato del Carmelo Italiano.

Procurò subito di apprendere il vero spirito carmelitano dedicandosi allo studio e ripercorrendo la storia della famiglia religiosa che lo aveva accolto. La conoscenza delle leggi e delle costituzioni della Congregazione d'Italia furono la sua costante preoccupazione, distinguendosi nella fedele ed esatta osservanza di ogni prescrizione. Come era naturale, i suoi maestri preferiti furono oltre il Divino Maestro anche i santi riformatori Teresa di Gesù e Giovanni della Croce. Cercò di conoscerli meglio che poté, sicuro di apprendere da loro il genuino spirito del Carmelo. Come si può notare fu un arricchimento progressivo che vissuto profondamente, lo porteranno poi ad effonderlo nell'Istituto religioso che fonderà nel tempo. Volle approfondire la conoscenza della storia dell'Ordine, attratto particolarmente dalla gigantesca figura del S. Profeta Elia, difensore del culto del vero e unico Dio e ispiratore della famiglia carmelitana. Lo impressionò il fatto di sapere come il santo Profeta fosse sempre occupato nel vivere la presenza di Dio; il vero Dio vivente e come ne zelasse la gloria e l'onore. Era questa la vera scoperta dello spirito che la famiglia dei fratelli del Carmelo, da lui abbracciata, si sforzava di vivere. Si delineava in tal modo quello che doveva essere ormai il suo impegno costante; raggiungere la perfezione cristiana attraverso l'esempio del S. Profeta e dei santi riformatori.

Vivere alla presenza del "Dio vivente" come lui, come Maria, mistica stella del Monte Carmelo, sorella e madre, modello indiscutibile. Dinanzi ai suoi occhi si presentava un progetto ben definito dalle regole: entrare nella via dell'orazione e della contemplazione unitamente allo spirito di penitenza e di povertà. A questo scopo primario della vita Carmelitana si aggiungeva il proposito di vivere intensamente la vita fraterna della comunità, in una comunione piena, senza la quale lo spirito di orazione si sarebbe vanificato.

Due caratteristiche segnarono subito la sua vita religiosa: una grande semplicità evangelica e tanta gioia e allegria. Gli uffici di casa erano vari e richiedevano molta attenzione impegno e grande disponibilità alle esigenze dei fratelli. Egli mano a mano che dalla obbedienza gli venivano assegnati, vi si disimpegnò con grande destrezza e con altrettanta esattezza. Era il servizio della fraterna carità che lo portavano in cucina tra le pentole come in sagrestia e nell'orto; il tutto era alternato da lunghe ed estenuanti questue per le vie di Roma e di tutto il Lazio. Tutte le sue azioni erano profumate da incessante preghiera.

Il 9 settembre 1723 emise i voti solenni nelle mani del consigliere generale P. Bernardo Maria di Gesù. Lesse la forma rituale con grande commozione e gioia poiché si consacrava definitivamente a Dio nello spirito di fiducia e di umiltà; virtù che lo guideranno per tutta la vita. Alla emissione dei tre voti aggiunse anche il proposito "di non salire ad altro grado più alto di quello al quale era stato chiamato da Dio". Attraverso le scarne notizie che si leggono di lui nell'elogio funebre, si desume che egli acquistò la sapienza dei santi e lo si comprende più chiaramente attraverso tutto il suo contegno nei riguardi dei propri confratelli e del prossimo, che trattò sempre con grande rispetto e amore. Cardinali, vescovi ed ecclesiastici accedevano a lui perché lo rispettavano e stimavano ritenendolo "vero uomo di Dio". Ne desideravano la presenza che rivelava loro l'azione di Dio attraverso il dono della parola e del consiglio.

Fu un uomo di grande fede che attinse alle sacre fonti della Scrittura e all'insegnamento della Chiesa. Conobbe ed osservò le regole e costituzioni del Carmelo con grande esattezza anche nelle minime prescrizioni. È interessante come i pochi documenti consultati, mettano in luce il fatto che egli trascorresse lunghe ore di preghiera dinanzi al Signore, di notte e di giorno. Allo spirito di orazione aggiunse l'esercizio di continua penitenza; quelle suggerite dalle costituzioni dell' ordine e quelle scelte in sovrappiù, tanto numerose da mettere in allarme gli stessi superiori e confratelli. Stando così a contatto con Dio, si ingigantiva il suo amore per il Crocifisso e si traduceva in squisitissime azioni di servizio e di benevolenza per tutti. Nelle sue ardenti suppliche si dipingeva tutto il panorama vastissimo delle miserie umane, spirituali e materiali, sulle quali invocava la Misericordia di Dio. Ai piedi dell'altare, al Sacramento dell'Eucaristia attingeva forza, coraggio e sapienza per poter distribuire a tutti una parola di conforto e di speranza cristiana.

L'ufficio di questuante era per lui una vera e propria missione più che voler collezionare beni per la umana sussistenza; era il suo pulpito preferito dal quale predi¬cava con il suo esempio e con il suo silenzio. Dallo storico del tempo egli fu definito "santerello" ed era proprio questa qualifica che gli si adattava a pennello essendo quanto di più nobile e di più alto si potesse dire di lui. C'era in questa parola essenziale la sintesi della sua vita. Questo apostolato spicciolo e umile era tuttavia permeato di grande compassione e commiserazione per tutte le miserie umane del suo tempo. Miserie umane, materiali e spirituali verso le quali si rivolgeva la sua premurosa attenzione e il suo umile servizio di grande carità. Tutta la sua azione, le sue fatiche, preoccupazioni, difficoltà varie, erano dirette a sollevare dalla miseria tutte quelle anime e ricondurle a Dio. L'importante documento che compendia la spiritualità di Fr. Isidoro è stilato nel cosidetto "elogio funebre" che ogni comunità carmelitana compone in occasione della morte di ogni confratello, perché tutti ne traggano esempio e per fare la storia della propria famiglia spirituale. Il suo fu scritto in questi termini tanto semplici ed essenziali: "Ebbe il culto dell'umiltà e della povertà, del silenzio, che era tuttavia colmo della presenza di Dio". Vi si aggiungeva "che non ci fu virtù che non risplendesse in lui in grado eroico".

L'autore era sicuramente un padre che conosceva molto bene il Servo di Dio; probabilmente il P. Diego di S. Onorio. Nello stesso documento vi si legge quest' altra testimonianza: "Il nostro fratello laico, di vita povera e umile risplendette di tanta fama di santità anche presso i cardinali e i principi ed altre autorità". Chi più di tutti lo stimava ricercandone avidamente la compagnia fu il Servo di Dio Marchese Francesco Imperiali Sacerdote, il quale per nulla disturbato dalla assenza di doti esteriori tanto preferite e apprezzate dal mondo, ne coltivò l'amicizia poiché quello che lo interessava era la presenza di Dio che si rifletteva e splendeva nella persona di quell'umile fratello laico.

Nel 1733 gli venne a mancare la mamma ed egli affrontò tale prova con grande serenità e con grande spirito di fede avvalorata dal fatto di possedere nel cuore una grande riserva nella devozione alla SS.ma Vergine. Se nella vita aveva scelto il Carmelo, fu appunto perché vi riconosceva un Ordine religioso tutto dedicato al culto di Maria SS.ma. Dalla Regina del Carmelo, imparò tante cose e soprattutto a vivere come Lei nella volontà di Dio, illuminato da immensa speranza e impegnato nell'esercizio della carità senza limiti. Questa ardente carità che lo animava era diretta verso la Chiesa intera, verso il Carmelo sua famiglia spirituale e verso le anime. Fu a questo punto che gli nacque l'idea di un istituto che pur essendo congiunto spiritualmente alla famiglia carmelitana ne trasmettesse le inesauribili ricchezze spirituali al mondo intero. Voleva passare così dalla contemplazione all'azione apostolica; dalla comunione con Dio al servizio fattivo dei fratelli.

Fr. Isidoro non aveva mai immaginato, lui illetterato, di assurgere a questo difficile ed impegnativo compito di fondatore di un istituto, tanto più che in quel tempo, nella Chiesa italiana ne fiorivano tanti. In tutti era presente il desiderio di sollevare le popolazioni dalla endemica miseria in cui giaceva, specialmente la gioventù femminile. Vi era il caso della B. Rosa Venerini di Viterbo che con l'altra grande maestra S. Lucia Filippini, fondavano i loro Istituti per creare nuove scuole e far fronte alle tante necessità delle classi più bisognose. Un fratello laico, privo di cultura, e per giunta quasi analfabeta, avrebbe avuto la capacità di realizzare e sostenere un' opera tanto grande? Era questo il dubbio dei superiori dell' ordine, come se Dio, per realizzare i suoi disegni, avesse bisogno della sapienza e delle capacità umane. Inoltre c'era il fatto molto importante che esperienze di tal genere, nel Carmelo non ve ne erano state, essendo questa, la prima in assoluto. L'Ordine diede il via alle tante famiglie religiose, che poi seguiranno dirette e operanti nell' attività apostolica e sociale, pur affiliate al Carmelo nutrite della sua spiritualità. Fr. Isidoro, senza alcun mezzo, ma con immensa fiducia nelle Divina Provvidenza, mise mano a questa santa impresa senza affatto scoraggiarsi dinanzi alle enormi difficoltà,ma con indomito coraggio, animato solo dal desiderio di giovare in qualche modo alla salute delle anime e alla gloria di Dio. Erano tante le giovani prive di ogni formazione spirituale e culturale; molto spesso facile preda di signorotti senza scrupolo e dei potenti del suo tempo. Era questo uno scenario di miseria che aveva scoperto lungo il suo cammino di questuante.

Lo storico che volle mettere in evidenza la preziosa e silenziosa opera del Servo di Dio così scrisse: "Fr. Isidoro spinto dall'amore verso la religione Carmelitana, nostra madre, si pose con somma diligenza a pensare in che modo potesse estenderla. Ispirato da Dio, intraprese un'opera molto ardua, e difficilissima anche per persone altolocate e sante, e, a gloria di Dio, per il decoro della nostra religione e per la salvezza delle anime: la promosse, la dilatò, la estese...

Con la licenza dei superiori radunò molte oneste vergini devote a Dio, e, dopo averle formate in ogni genere di virtù, le rivestì dell'abito del nostro terz'Ordine. Correva l'anno 1737. In seguito vi fu l'approvazione dell'Ordine Carmelitano e del Vescovo della diocesi di Veroli essendo quella prima casa in Boville Ernica (Bauco). Essa diverrà la culla dell'Istituto; da essa sciameranno altre comunità impegnate in scuole, asili ed altre opere di assistenza. Furono dapprima denominate "Maestre pie carmelitane" e si impiegheranno nel curare la formazione umana e cristiana delle fanciulle. Il riferito documento aggiunge che Fr. Isidoro, da uomo previdente e saggio qual era, provvide le sue religiose di case adatte e di relativi redditi annui per il loro sostentamento, dando loro una regola per la loro vita religiosa e per il loro apostolato. Per regola aveva dato delle linee direttive, essenziali; una specie di regola vocale, in seguito codificata dal primo legislatore ufficiale, P. Valerio di S. Pio. Egli la studiò, gli diede un certo ordine completandola rispettando sempre il pensiero e lo spirito del fondatore. Fu data alle stampe nel 1773 e le sue figlie spirituali poterono finalmente avere tra le mani un codice e una norma di vita da poter osservare con sicurezza. Chi accolse con grande entusiasmo il nuovo istituto fu il Vescovo di Veroli (Frosinone) e dopo di lui molti Vescovi del Lazio e in parte quelli delle Marche e degli stati Pontifici. Tutti si erano resi conto della grande utilità che tale famiglia religiosa avrebbe apportato al loro gregge.

L'Istituto si rinnovò prima e dopo il Concilio Vaticano II sperando in un promettente avvenire se la mancanza di vocazioni non si fosse abbattuta pesantemente sull'Italia e su buona parte d'Europa.

Prima di spiccare il volo per l'eternità, come tutti gli uomini di Dio, doveva pur lui passare attraverso il calvario, percorrendo come il Divino maestro la strada erta cosparsa di spine e di prove di ogni genere. Nessuno può dispensarsi dall'intraprendere questa strada. Il Servo di Dio ebbe il suo carico di sofferenze che gli pervennero da vicini e da lontani: incomprensioni, diffidenze senza numero e sfiducia generale nei suoi riguardi; di proibizioni e, talvolta anche di vere e proprie calunnie tutte architettate da gelosie e invidia e dall'intento di distruggere la sua opera. Con lo sguardo fisso al Cristo Crocifisso, egli tutto sopportò per suo amore con grande serenità. Tra l'altro si sentì osteggiato agli inizi e ignorato per lo spazio di circa trenta anni dalla stessa sua famiglia religiosa. In ultima analisi i superiori del Carmelo credevano fermamente che il compito di fondatore di una congregazione religiosa fosse più grande di lui ed egli non avesse tutte le qualità necessarie per dirigerla.

Solo nel 1767 il suo istituto verrà affiliato all'ordine con il compito specifico della santificazione dei propri membri attraverso una vita di orazione e di unione con Dio congiunta all'apostolato tra la gioventù nelle parrocchie, negli asili, nelle scuole e collegi e nei laboratori per ragazze. Ci si mise anche il comune di Bauco intentando contro di lui e contro l'Istituto una causa, avanzando pretestuosi diritti su un certo patrimonio lasciato dal Signor Baroni a favore dell'Istituto perché lo destinasse in opere altamente benefiche. Fu un processo molto lungo e faticoso, risolto finalmente in senso positivo, e cioè a favore delle "Maestre Pie Teresiane" tramite il provvidenziale intervento del card. Rezzonico nipote di Clemente XIII.

Gli anni non sono uno scherzo e quando cominciano a susseguirsi oltre i settanta, cominciano a pesare, specie se accompagnati da malanni vari, da malattie, fatiche e stressanti preoccupazioni. Fr. Isidoro li sentiva molto bene poiché i suoi numerosi viaggi a piedi, i suoi continui digiuni e penitenze durante la continua questuanza, avevano debilitato alquanto la sua esistenza tutta protesa nel servizio di Dio e dei propri fratelli. Si rese conto che con i suoi 73 anni la morte non era ormai tanto lontana, si volle preparare al suo incontro per tempo ed essendo uomo di grande fede, la considerava come definitiva occasione per incontrarsi con il Signore e bearsi della sua presenza per sempre.

Andò incontro alla morte con letizia, illuminato da una grande confidenza in Dio e nella sua inesauribile Misericordia. La novena del S. Natale, tanto solennizzata al Carmelo, gliene diede la migliore occasione per preparare degnamente il suo incontro con Dio. La malattia che lo colpì fu definita affanno di petto, tosse convulsa ed altri malanni. Resosi conto della gravità del male, ricevette i conforti della Santa Religione assistito dai confratelli di S. Maria della Vittoria in Roma.

Il 23 Dicembre 1769 a 73 anni di età andò a celebrare il Natale del Signore in cielo. 

L'Inchista diocesana sulla "vita, virtù e fama di santità" si è chiusa il 21 giugno 2005. Il decreto di validità è stato concesso il 13 luglio 2007.

Ultima modifica il Giovedì, 06 Luglio 2017 14:16
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