Oct 22, 2017

Benigno di S. Teresa di Gesù Bambino

Pubblicato in Venerabili OCD
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Nacque ad Inzago (MI) il 23 ) luglio del 1909 da Francesco e Teresa Ceserani, terzo di otto figli, di cui due morte prima della sua nascita e due quando lui avrà undici anni. Fu battezzato il giorno seguente e la madrina, zia Giulia, col dono della fede chiese per lui il dono della vocazione sacerdotale.. L'ambiente famigliare in cui nacque e visse era molto povero, in quella campagna milanese attraversata dall'Adda e dal Naviglio, dove la realtà della comunità parrocchiale faceva da perno per tutti gli avvenimenti lieti e tristi della vita. Papà era bracciante agricolo, lavorava a giornata, teneva una stalla con una sola mucca, e dopo il ritorno a casa dalla guerra del 15/18 cercherà a Milano un lavoro più redditizio, ma sempre occasionale, come quello di magazziniere in uno stabilimento. Mamma era casalinga, una donna di fede e pietà autentica. A sei anni, il 12 settembre 1915, Angelo ricevette la prima comunione e l'incontro con Gesù Eucarestia segnò profondamente la sua vita. Prima di portarsi alla scuola e più tardi prima di raggiungere il posto di lavoro Angelo passava in chiesa per una visita al Santissimo, così pure al ritorno, prima di rientrare a casa. Qui era, molto servizievole con la mamma o con le donne che abitavano in cascina, rimaste a causa della guerra sole a mandare avanti la famiglia, resa ancor più povera per il mancato contributo lavorativo del capo famiglia al fronte. Alle elementari fu sempre dispensato dagli esami finali per l'ottimo risultato ottenuto durante l'anno, e su suggerimento dell'insegnante i genitori gli permisero di frequentare la sesta elementare, cosa straordinaria per quei tempi. Fu in seguito apprendista calzolaio, ma presto cercò un altro lavoro: soffriva troppo per il carattere collerico e bestemmiatore del datore di lavoro. Apprendista falegname presso la famiglia Caldarola, che doveva dare all'Istituto Comboniano due figli, si strinse in amicizia sincera con il terzo di loro, il salesiano D. Carlo, che visse fino a vedere l'apertura del processo diocesano di P. Benigno nel 1991. 

Nel 1923 ad Inzago giunse come coadiutore dell'Oratorio d. Giuseppe Calegari, un sacerdote che molto si impegnò sul piano dell'animazione vocazionale. In meno di tre anni da Inzago partirono più di 30 vocazioni maschili, per il seminario diocesano, per i cappuccini, per i domenicani, i comboniani e i carmelitani. Angelo lo scelse come direttore e padre spirituale, e a lui propose di stabilire l'adorazione notturna tra i giovani dell'Oratorio.
Assistendo ad una vestizione religiosa nel Santuario della Divina Maternità di Concesa, retto dai Carmelitani Scalzi, Angelo, che finora non si era sentito attratto da alcuna vocazione particolare, intuendo con chiarezza di essere chiamato a vivere nell'Ordine della B. Vergine Maria, ne parlò con don Giuseppe e in casa. Nel giro di due mesi veniva accolto nel collegio di Cherasco, in Piemonte, dove una decina di giovani già avviati come lui al lavoro cercavano di ricuperare in un biennio gli studi ginnasiali prima del noviziato.: Aveva 17 anni e non fu facile staccarsi dalla famiglia e riprendere i libri. Gli venne consigliato di entrare al Carmelo come fratello converso, ma quello che sentiva come volere di Dio su di lui era il Sacerdozio. Con D. Calegari si rivolse a S. Teresa. di Gesù Bambino e dopo una fervorosa novena le difficoltà nello studio scomparvero per sempre. Soprattutto l'incontro con la "piccola Teresa" determinò in lui una decisa presa di coscienza che la via tracciata dalla Santa, fatta di semplicità e abbandono, era la forma del vivere carmelitano a cui Dio lo chiamava.
Nel giugno del 1928, il 21, ricevette l'abito e il nome nuovo: Benigno di S. Teresa di Gesù Bambino, ed emise la professione il 26 giugno 1929. . A Milano frequentò il biennio di filosofia e il primo anno di teologia, mentre gli altri tre anni li trascorse a Piacenza dove ricevette gli ordini minori, il suddiaconato (1933), il diaconato (1934) e il presbiterato il 26 maggio 1935. Ad Inzago celebrò la prima messa il 20 giugno, solennità del Corpus Domini, avendo sull'altare la copia della Santa Sindone che S. Carlo Borromeo aveva avuto in dono dai Savoia quando si era portato a Torino a venerare il Sacro Lenzuolo e che la parrocchia di Inzago custodisce ancor oggi con venerazione.
Solo 28 mesi di ministero attendono P. Benigno prima della morte. Per tre mesi fu cappellano della carmelitane scalze di Bologna, quindi venne improvvisamente mandato nella comunità di Torino per sostituire un padre defunto.. Si trovava in quel momento a Piacenza dove era rientrato per terminare gli studi e dare l'esame " De Universa" , per ottenere cosi la facoltà della confessione. Un suo compagno di noviziato e di studentato, la sera della partenza di P. Benigno per Torino scrisse nel diario: "E' partito P. Benigno. Sembra che con lui se ne sia andato il Profumo del Carmelo".
A Torino fu incaricato della parrocchia e del terz'ordine carmelitano. E presto si vide il giovane frate sorridente salire nelle soffitte della città per portare agli ammalati il conforto di una parola e di una medicina, ma soprattutto per portare Gesù Eucarestia. Incaricato dell'Azione cattolica, partecipò alle iniziative diocesane, portandovi i suoi giovani e facendosi notare per lo zelo e l'entusiasmo. Sei mesi dopo ricevette inattesa e improvvisa la nomina a vice maestro dei novizi e la nuova conventualità a Concesa. Qui lo attendeva non tanto la "pace di un convento" come ebbe a scrivere all'amico d. Carlo, ma la sorpresa del suo Maestro e Signore che, attraverso la malattia e l'assenza del parroco della vicina parrocchia di Concesa, lo tolse alla pace monastica per immetterlo nell'apostolato attivo della parrocchia, affidata per 17 mesi ai PP. Carmelitani del B. Card. Ildefonso Schuster.
Sempre presente agli atti comuni con i suoi confratelli, anche all'ufficiatura divina della mezzanotte, attento all'incarico di vice maestro, sollecito nella cura di un padre anziano e cecuziente a cui ogni giorno faceva la lettura spirituale P. Benigno in parrocchia si fece letteralmente tutto a tutti quasi ridonando quello che ad Inzago lui aveva ricevuto per i primi 17 anni della sua vita. Celebrazione di Messe, catechesi, visite agli ammalati e interessamento per le loro cure, ricerca di posti di lavoro per i suoi parrocchiani, soprattutto l'Eucarestia portata ogni giorno agli infermi. Anche di notte lo si veniva a chiamare e mai rifiutò il suo aiuto e il suo sorriso. Tutti i testi del processo diocesano concordano circa la sua predilezione, la sua scelta preferenziale per i piccoli, i poveri, gli handicappati della parrocchia, così come in convento la sua fedeltà agli impegni della regola si armonizzava con una nascosta e di diuturna carità verso tutti, soprattutto verso i novizi.
In quel periodo la Provincia religiosa dei Carmelitani Scalzi di Lombardia era coinvolta in uno scandalo di fallimento giudiziario, che durava da 5 anni e che era giunto alle battute finali. Si temeva da frati e monache la soppressione dei 6 conventi e dei 10 monasteri. Per la salvezza di questa sua diletta famiglia religiosa p. Benigno offrì semplicemente e silenziosamente la propria vita. E aggiunse una speciale intenzione per un suo confratello partito per le missioni in India: p. Teofano Stella, futuro primo Vicario Apostolico del Kuwait.
Nel giro di quattro giorni ( 21 25 ottobre) la sua avventura terrena si concluse rivelando a chi gli stette accanto la radicalità di una vita vissuta secondo la dottrina spirituale di S. Teresa di Gesù Bambino, che nell'abbandono fiducioso al Padre e nella semplicità del vivere quotidiano aveva la sua cifra di interpretazione e nelle ultime parole del giovane carmelitano scalzo il commento più bello di una vita riuscita. "Come è bello morire Carmelitano rivestito dell'abito della S. Vergine!" Quanto l'aveva amata la Vergine Madre! Bambino e adolescente per Lei sola coltivava, in un pezzo di terra accanto alla cascina in cui viveva delle rose e guai a chi gliele toccava! Sulla formula della professione religiosa che portava sul cuore aveva aggiunto: " Madre Immacolata piuttosto fammi morire che venir meno al miei voti". Ora, rivestito di Lei, come Lei interamente abbandonato alla volontà di Dio, "l'Eccomi, il Fiat" si stavano trasformando in un Magnificat senza fine.
Una peritonite, che quattro medici consultati il mese prima non avevano saputo diagnosticare, portarono all'intervento chirurgico che rivelò la gravità della situazione. Lui fino a tre giorni prima era salito sulla ripida rampa che dal convento conduce alla parrocchia (e che oggi porta il suo nome) per svolgere con fedeltà il suo ministero. Ora sorrideva dal letto dell'ospedale e nelle mani del Provinciale rinnovava con la professione religiosa l'offerta per il confratello missionario, per la salvezza della Provincia. Baciava le mani al chirurgo, per dirgli grazie, perché non aveva importanza, se inutile era stato l'intervento; soprattutto al P. provinciale che gli chiedeva se voleva restare in ospedale o rientrare in convento rispondeva: "Come vuole, Padre, si faccia la volontà di Dio." Era questo il suo ultimo gesto di affidamento al Padre che sta nei cieli attraverso il cuore e la volontà di Colui che glielo rappresentava sulla terra. Un consegnarsi definitivo nelle mani fedeli di Dio, un rimettersi filialmente e fiduciosamente alla Sua Volontà, che è disegno di amore e di salvezza per ogni creatura.
Morì a Concesa alle 9 del 25 ottobre 1937 mentre dalla parrocchia una gran folla era scesa fino al Santuario e sostava nella piazza della Chiesa. Fu P. Brocardo, l'anziano cecuziente a cui P. Benigno aveva dedicato tempo attenzione e amore ad affacciarsi alla finestra e a dare l'annuncio. 'P. Benigno è in cielo. Ditegli un Gloria, non un Requiem".
La partecipazione ai funerali fu immensa e la bara passò per le vie della parrocchia, tra i "SUOI". Il P. Provinciale ai 100 frati rientrati in convento fece recitare tre gloria anziché il De Profundis e tre mesi dopo, in tribunale, egli si vide non più preso di mira, ma aiutato a risolvere la questione fallimentare, conclusasi alla fine di un anno con la completa assoluzione per i frati. Questi volendo avere tra di loro i resti di P. Benigno dovettero lottare con la popolazione di Concesa la cui volontà prevalse ancora nel 1964. "P. Benigno è nostro e deve restare nel nostro cimitero". Solo dopo la conclusione del processo diocesano, il 2 aprile 1995 i Resti del nostro venerabile furono tumulati nel Santuario della Divina Maternità, sotto l'altare dedicato al nuovo dottore della Chiesa, S. Teresa di Gesù Bambino, ispiratrice della spiritualità del nostro confratello. Rappresentava il P. Generale dell'Ordine l'attuale Arcivescovo di Baghdad dei Latini, P. Jean Sleiman o.c.d., e presiedeva la traslazione mons. Loris Capovilla, già segretario del B. Giovanni XXIII. La folla accorse numerosa e la semplicità, la benevolenza, la bontà del Papa Buono sembrava aleggiare su quel piccolo figlio delle Terra Lombarda che la Chiesa oggi addita alla venerazione e imitazione dei fedeli.

superiore generale ringrazia papa

Ultima modifica il Lunedì, 17 Luglio 2017 14:25
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