Oct 22, 2017
Pubblicato in Santi OCD
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"Il cammino della fede ci dà più che il cammino del pensiero filosofico: ci dona Dio, vicino come Persona, Dio che ama e ci usa misericordia, e ci dà quella sicurezza che non appartiene a nessuna conoscenza naturale. Ma il cammino della fede è oscuro". (Endliches und ewiges Sein, 58). 

Edith Stein ha percorso questo cammino oscuro, senza retrocedere, sicura come un bimbo che si abbandona al padre. E sul cammino oscuro della fede à giunta "alla perfezione più alta dell'essere, la quale è nel contempo conoscenza, dono del cuore e libera azione" (ibid., 421).
Nata a Breslavia, il 12 ottobre 1891, nel giorno del Kippur, giorno di festa per gli ebrei, ultima di sette fratelli, studia filosofia, prima nella città natale, poi spostandosi a Gottinga per seguire Edmund Husserl, genio filosofo ed iniziatore della fenomenologia: Alla sua scuola, Edith non si interessa più di religione. Dell'ebraismo praticato nell'infanzia le rimane soltanto l'impronta morale. Attraverso gli studi di fenomenologia comincia gradatamente a scoprire le dimensioni del mondo religioso, del cristianesimo, fino a farsi cattolica. Decisiva è la lettura dell'autobiografia di Santa Teresa d'Avila. Nella notte misteriosa del giugno 1921, trovandosi ospite in casa di un'amica filosofa, giunge a una profonda intuizione di Dio-verità. Tutto diventa luce in lei; riceve il battesimo il 1° gennaio 1922, e comprende di essere chiamata al Carmelo.
Tuttavia passano dodici anni di attesa, anni di insegnamento, di viaggi per conferenze, di studi e di maturazione interiore, prima di entrare al Carmelo di Colonia. E forse non sarebbe riuscita a farsi religiosa, se la stessa situazione politica della Germania con le sue crescenti misure antisemitiche non le avesse resa impossibile la continuazione del suo insegnamento all'Istituto di pedagogia scientifica a Münster.
Nonostante l'opposizione della famiglia Edith diventa carmelitana col nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Presto sente gravare questa "croce" sulle sue spalle. Dopo la scoperta della sua origine "non-ariana" non c'è più sicurezza per lei dietro le mura del monastero. Nella notte di capodanno 1939 ripara in Olanda, al Carmelo di Echt. Sembra un posto tranquillo. Eppure qualcosa le fa presagire che non sfuggirà al destino del suo popolo. Infatti, mentre scrive il suo libro sulla dottrina di San Giovanni della Croce, significativamente intitolato Scientia crucis, due ufficiali delle forze di occupazione vengono al monastero. Deve uscire e seguirli, insieme con la sorella Rosa, anch'essa convertita, che era venuta a Echt.
Prima della deportazione ad Auschwitz, Edith può inviare ancora un messaggio al Carmelo. Poi, con il convoglio che le porta ad Auschwitz, le sorelle Stein entrano nell'ombra della morte. L'olocausto di Edith si consumò il 9 agosto 1942 nelle camere a gas . Papa Giovanni Paolo II, che già nel 1987 riconobbe la santità di questa figlia della Santa Madre Teresa e il martirio di questa figlia del popolo ebreo tornata nel seno della Chiesa, l'11 ottobre 1998 procedette alla sua canonizzazione a Roma.
Questo rapido sguardo biografico fa vedere che nella vita di Edith Stein ci sono tre tappe distinte, di cui la prima abbraccia l'infanzia, l'adoloscenza, lo studio e il lavoro filosofico come assistente di Husserl. Trent'anni importanti anche per lo sviluppo umano e religioso che termina con la conversione. La seconda tappa racchiude dodici anni di intensa vita cristiana, di maturazione interiore e intellettuale, di preparazione paziente e nascosta al Carmelo, nell'assoluta fedeltà alla grazia della vocazione. Con la sua entrata al Carmelo di Colonia ha inizio la terza tappa che attraverso la sofferenza, la conformazione a Cristo fino a toccare i vertici di una mistica della croce, termina con la suprema offerta, nella "casa bianca" del campo di sterminio, della sua vita per la Chiesa, per la salvezza del popolo ebreo. Queste tre tappe sono segnate da un grande desiderio di totalità, da una profonda esigenza di assoluto, da una costante e appassionata ricerca della verità - di Dio, motivo per cui ogni passo avanti nelle sue ricerche e nel suo avvicinamento alla fede ha incluso quasi per necessità anche l'orientamento verso le scelte più radicali del cristianesimo: la vita monastica, per viverla alla luce delle aspirazioni più ardite.

1. La ricerca della verità
Nonostante 1'educazione religiosa dell 'infanzia, Edith perde presto la fede ebraica sotto 1'influsso dell'insegnamento razionale a scuola. È un fatto che si denota anche in altri giovani ebrei, p.es. in Simone Weil e in Franz Rosenberg, e non va attribuito soltanto a difficoltà incontrate in famiglia. La religione ebraica le si presentava unicamente in forma di idealismo etico, tanto da credersi in diritto di dimostrarne i difetti e le debolezze. Una tale posizione critica porta Edith alla neutralizzazione del pensiero di Dio e al rifiuto di ogni pratica religiosa. Nel contempo si concentra nella ricerca di principi e valori intellettuali, da lei ritenuti più elevati di quelli della fede ebraica. Questa ricerca, condotta avanti da sola, crea dentro di lei uno stato di crescenti tensioni, di assillanti fatiche per arrivare a soluzioni circa quesiti e interrogativi esistenziali che coinvolgono tutti gli anni del suo studio fino al momento della conversione.

Su questo difficile cammino incontra Edmund Husserl. Leggendo le sue Logische Untersuchungen (Indagini logiche), intravede nella scienza fenomenologica il sistema filosofico più valido e più consono che l'avrebbe sostenuta nella sua ricerca della verità, aprendole nuovi orrizonti di conoscenza cui non si è mai chiusa. La vediamo a Gottinga per formarsi alla scuola del grande filosofo tedesco. Presto diventa la sua allieva più dotata e dopo aver brillantemente terminato gli studi con il dottorato: summa cum laude, egli la prende come assistente e collaboratrice.
L'acquisizione del metodo fenomenologico incide positivamente sulle sue ricerche dell'essenza delle cose, liberandola da preconcetti di strettezza e conducendola verso un atteggiamento di "spregiudicatezza" (Vorraussetzungslosigkeit ), senza il quale non avrebbe potuto aprirsi al pensiero di Dio con quell'indispensabile obiettività di giudizio che è tanto caratteristica in lei. Eppure non è l'attività mentale della giovane fenomenologa a farle scoprire il mondo della fede, quel "mondo perfettamente nuovo" che le era rimasto "del tutto sconosciuto", come scrive. Non è nemmeno l'ambiente, e non sono gli amici e colleghi del cerchio husserliano: Max Scheler e Adolf Reinach, convertiti da poco tempo. Di Scheler dice:
"non mi condusse alla fede, mi aprì soltanto un nuovo ambito di fenomeni di fronte ai quali non potevo rimanere insensibile. Non per niente (nella scuola di Husserl) ci era sempre stato ripetuto che dovevamo contemplare qualsiasi cosa senza preconcetti, gettando via tutti i 'paraocchi': cadevano così le barriere dei pregiudizi razionalistici tra i quali ero cresciuta senza saperlo e il mondo della fede mi si apriva improvvisamente dinanzi" (Aus dem Leben einer jüdischen Familie, 57).
Ma la nuova conoscenza sfocia in Edith in interrogativi assillanti. Vuole arrivare a chiarezza nella problematica religiosa, vuole capire quale rapporto ci può essere (e dev'essere) tra lei e Dio. Leggerlo in chiave di idee appare un assurdo alla sua natura sempre portata a riferire tutto alla realtà concreta. Immaginarlo come rapporto idealistico o romantico? È da scartare a priori in lei assetata di giungere sempre al possesso dell'essenza più profonda delle cose, fuori della quale nulla ha valore per lei. Ma allora, non sarebbe più facile continuare sulla linea dell'assenza di Dio? Edith non è la persona da cercare le vie più facili. Il suo programma vitale include sempre la scelta delle vie più ardue.
Tra lotte, crisi nervose, contrasti, rotture, momenti persino drammatici e segnati da sofferenze interiori, Edith comincia a vagliare tre aspetti possibili per vivere la fede: l'ebraismo, il protestantesimo, il cattolicesimo, mettendoli rigorosamente a confronto, a selezione, cercando di staccarli dagli impulsi esterni del cerchio degli amici.

L'ebraismo
Una conoscente di Edith, la signora Filomena Steiger di Friburgo, ricorda di averla vista con in mano l'Antico Testamento, nel quale, specie nei libri dei Profeti, cercava risposta a una forte inquietudine interiore. Anche la filosofa ebrea, sua amica Gertrud Koebner, ricorda i seri impegni di Edith per riavvicinare la religione dei padri. Ma messa sulla bilancia, Edith si convince che l'ebraismo non è la dimensione consona al suo spirito. Tuttavia non lo rifiuterà mai, come facilmente avveniva in altri ebrei convertiti al cristianesimo. Rimarrà sempre rispettosa.

Il protestantesimo
Non solo attraverso l'amicizia con Adolf Reinach e con Edvige Conrad-Martius, presso la quale si riunivano gli amici e colleghi del cerchio husserliano, Edith viene in contatto con il protestantesimo, ma anche vivendo a Gottinga, cittadina con numerose chiese evangeliche e gente che non nascondeva il credo luterano. In più, la predilezione di Edith per la musica religiosa di Bach ha indubbiamente creato in lei qualche idea circa il sentimento e il misticismo protestante. Ma assai più importante diventa il suo incontro con l'atteggiamento cristiano di fronte al dolore, alle atrocità della guerra del 1914-1918, e la costatazione della forza della speranza cristiana nata della croce di Cristo.
Nel 1917 si trova a Friburgo, assistente di Husserl . Un giorno le perviene la notizia della morte di Adolf Reinach, caduto sul campo di battaglia. Sua moglie e altri amici chiedono a Edith di venire per ordinare il lasciato - i vari scritti filosofici - dello scomparso. Ma Edith esita. Teme di non saper dire nulla per confortare la moglie, credendola disperata per la perdita del compagno. Infine parte. S'incontra con la giovane vedova Reinach. Nel vederla è colpita del suo atteggiamento rassegnato, quasi sereno, nel quale intuisce immediatamente la forza della fede cristiana. La porta di un regno finora sconosciuto si apre d'improvviso: il regno della speranza cristiana. Nel raccontare quest'esperienza al gesuita padre Hirschmann parecchi anni più tardi, confessa:
"Fu il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che essa comunica a chi la porta. Vidi per la prima volta, tangibile davanti a me, la Chiesa, nata dal dolore del Redentore, nella sua vittoria sul pugno della morte. Fu il momento in cui andò in frantumi la mia incredulità e risplendette la luce di Cristo. Cristo nel mistero della croce".
Sono parole dette anni più tardi, quando Edith sente gravare tutto il peso della croce sul suo popolo perseguitato. Nel 1917 aveva fatto anzitutto l'esperienza che tutti i suoi argomenti razionali, atei, sono un niente in paragone alla fede cristiana. Ponendo se stessa a confronto con questa donna profondamente cristiana, comprende che il cristianesimo le può offrire valori guida essenziali nella ricerca della verità. Intuisce quanta importanza assume nella vita la fede in Dio per liberare l'uomo dalle angosce esistenziali, per sentire quella "pace trascendentale", che nella fenomenologia husserliana deriva in modo esclusivo dall'azione di Dio nell'anima. La vedova Reinach le insegna col suo atteggiamento sereno e fiducioso che questa "pace trascendentale" s'identifica nella fede cristiana con la forza della croce di Cristo accettata nella speranza di risorgere alla vita immortale. Solo il contatto con Cristo morto in croce consente all'uomo di trovare la pace interiore e di sublimare la sofferenza.
Tuttavia Edith non giunge a una decisione. Ha inizio un lungo periodo di lotte, di crisi che impegnano al massimo la sua intelligenza e volontà. Ci sono momenti drammatici di conflitto con il passato e con se stessa, tanto da sentirsi precipitare in un "silenzio di morte". Cerca talvolta di fuggire all'azione dello Spirito Santo. "Posso aderire alla fede, cercarla con tutte le mie forze, senza che sia necessario ch'io la pratichi" (Psychische Kausalitat, 43). D'altra parte è convinta: "Quando un credente riceve un ordine da Dio,- sia immediatamente nella preghiera, sia attraverso il rappresentante di Dio -, egli deve obbedire" (Untersuchung uber den Staat, 401).

Il cattolicesimo
Per circa tre o quattro anni Edith concentra tutte le sue forze intellettuali in una profonda riflessione. Legge numerosi libri di spiritualità cristiana, libri di santi e autori cattolici, cercando di trovare un cammino liberatorio nel suo interno e anche per interesse pedagogico e culturale. Così si compra un giorno il libro degli Esercizi spirituali di Sant' Ignazio di Loyola. Comincia ad immergersi negli "esercizi" per puro interesse psicologico. Ma dopo poche pagine si rende conto dell'impossibilità di una tale lettura. Finisce per "fare" gli Esercizi, lei, ancora atea, ma assetata di Dio, come referisce il padre Erich Przywara che l'aveva avvicinata negli anni 1922-1930. Ma nemmeno Ignazio riesce a darle l'ultima sicurezza, anche se un influsso positivo non dev'essere escluso, nel senso di averla portata verso una direttiva interiore e spirituale capace di orientare tutto il suo essere in maniera cosciente, vitale, quasi gettando una prima luce sulla decisione. Questa, infatti, Edith la prende in seguito alla lettura dell'autobiografia di Santa Teresa d'Avila.
In giugno 1921 si reca a Bergzabern, alla casa dell'amica Edvige Conrad-Martius, dove spesso il gruppo di ex-allievi husserliani s'incontra. Non andavano a Friburgo, dove Husserl era docente all'università, perché non si sentivano di seguirlo nella sua svolta verso "l'idealismo trascendentale". Nella biblioteca dell'amica, Edith scopre il Libro della Vita della grande mistica spagnola. La lettura delle pagine autobiografiche teresiane la colpisce profondamente. Chiude il libro ed esclama: "Questa è la verità", quella "verità" che ella appassionatamente cerca ormai da anni.
Si racconta che Edith in una sola notte abbia letto e assimilato tutto lo scritto teresiano. Sembra però poco probabile, anche per un'intelligenza elevata come quella di Edith, di riuscire nello spazio di poche ore a penetrare con una tale forza intuitiva il mondo spirituale e tutto l'iter ascensionale della Santa da poter reagire immediatamente e decidere la conversione al cattolicesimo. Forse è più verosimile che in quella notte abbia completato una precedente lettura del Libro della Vita con particolare sensibilità per i capitoli teresiani sull'esperienza di Dio. Con 1'affermazione "Dio è verità", come punto terminale di lunghe sofferenze sul cammino della ricerca di Dio, Santa Teresa d'Avila arricchisce infatti la Stein con la dimensione essenziale dell'esistenza umana, così intensamente ricercata: tutto si concentra nel "camminare nella verità alla presenza della stessa Verità" (V 40,3). In quella notte Edith finalmente può dire con la santa Riformatrice del Carmelo: "La verità che è degnata svelarsi all'anima mia è la Verità per essenza, senza principio e senza fine. Da questa Verità dipendono tutte le altre verità" (V 40,4). La sua conversione al cattolicesimo è la piena, consapevole accettazione dell'unica Verità, da Santa Teresa misticamente sperimentata e da lei, in una lunga lotta nell'inconscio, cercata.
Immediatamente la Santa spagnola diventa il modello di Edith per la nuova vita di fede e la vuole seguire, pensando di farsi carmelitana. Nel suo autentico bisogno di incamminarsi sempre sulle vie più radicali, la scelta del Carmelo sembra esserle l'unica risposta in grado di appagare il suo desiderio di totalità. Ha trent'anni, è piena di energia, di entusiasmo, vuole rendere la fede parte integrale della sua vita. Così il suo cammino di fede coincide praticamente con il suo cammino vocazionale.

2. Anni di attesa
Edith riceve il battesimo il 1° gennaio 1922. Ma la sua entrata nel Carmelo è ancora molto lontano. Accetta l'attesa con serenità dalle mani di Dio. In una lettera, scritta nel 1934, dirà:
"Se la vocazione al convento è autentica, essa stessa renderà sopportabile il tempo della prova. Se invece è l'illusione di un primo fervore, allora è meglio saperlo fuori del convento che dentro, con il conseguente e duro disinganno" (Lettera a Ruth Kantorowicz).
Del resto è ben convinta che la vocazione carmelitana significa "una grazia del tutto immeritata" che dipende interamente dalla volontà di Dio. A noi "non è possibile fare piani, prendere decisioni". Dobbiamo "fare dell'avvenire una questione di volontà divina e abbandonarci interamente" a lui. Ripensando alla sua disposizione di perfetta conformità ai piani di Dio, Edith arriva a godere
"uno stato di riposo in Dio, di rilassamento completo di tutte le attività dello spirito nel quale si fanno progetti di alcun genere e non si formulano propositi, insomma si è senza far nulla. . . I1 riposo in Dio, in seguito al venir meno dell' azione per mancanza di energia naturale, è qualcosa di totalmente nuovo e straordinario. Al posto del silenzio di morte subentra ora il sentimento di nascondimento... Quando ci si abbandona a questo impulso, una nuova vita comincia, a poco a poco, a riempirci... Questa corrente vivificatrice appare come conclusione che non è mia" (Psychische Kausalität, 76).
Edith scrive queste parole (pubblicate nel 1922) poco tempo dopo la conversione che lei stessa considera come l'inizio, della sua preparazione alla vita carmelitana. Comincia a conoscere più da vicino la vita consacrata, trovandosi alcuni anni come insegnante a Spira presso le Suore domenicane e poi al Marianum di Münster. A Spira si adatta perfettamente alla disciplina della casa. Conduce esemplare vita di preghiera ed edifica tutti per la sua assoluta fedeltà nel compito di insegnante di tedesco al liceo femminile e all'Istituto magistrale. Presto le vengono affidate anche le giovani suore domenicane che si preparano all'insegnamento e le postulanti del convento. I ricordi lasciati sottolineano all'unanimità le non comuni doti educative di Edith, le sue capacità di cattivarsi il cuore delle allieve.
"Per noi tutte costituiva un esempio luminoso... Percorreva silenziosamente la via del dovere con modestia e semplicità, sempre costante, amichevole e aperta a tutti coloro che desideravano il suo aiuto".

Il padre Erich Przywara scrive di lei:
"A Santa Maddalena in Spira non era soltanto la migliore educatrice delle sue alunne, ma, grazie alla perspicacia della Priora esercitava anche un'influenza determinante sulle suore e sulle giovani vocazioni. Santa Maddalena deve a Edith le sue forze migliori, le quali, ancor oggi, riconoscono che Edith fu, in realtà, la loro maestra di noviziato" (Edith Stein, in: In und Gegen, 24).
Nel tempo disponibile Edith è già la contemplativa del Carmelo teresiano. Il bisogno di inabissarsi nel silenzioso colloquio con Dio presente nel tabernacolo risponde alla concezione che ha la neo-convertita della religione come rapporto personale, di "amicizia", come ha letto nell' autobiografia teresiana, con il Dio presente. La stessa linea di ricerca individualistica del suo orientamento filosofico si manifesta anche nei primi anni della sua vita cristiana e determina i suoi sforzi di donarsi esclusivamente al Signore, nella rottura con tutto ciò che è "mondo", e "occuparsi soltanto nel pensiero delle realtà divine" vivendo nella solitudine. Le prime esperienze a Beuron, il contatto con la preghiera liturgica, accompagnano i suoi primi passi per superare le strettezze delle proprie convinzioni. Comincia a capire il valore delle dimensioni universali della preghiera "obiettiva", cioè liturgica, la quale sì ha bisogno della preghiera individuale - e questa avrà sempre la preferenza in Edith -, ma deve occupare un ampio spazio nell'esistenza cristiana come esistenza ecclesiale. Il secondo passo che deve fare, consiste nel ritorno al lavoro filosofico. I1 padre Przywara la convince che l'investigazione filosofica non si oppone né disturba la vita di fede. Non solo. Egli vede la necessità che Edith conosca la filosofia cristiana nella quale da secoli predomina il genio di San Tommaso d'Aquino. E le raccomanda la traduzione delle Quaestiones disputatae de veritate, un lavoro duro per la fenomenologa priva di una relativa preparazione, che però verrà portato brillantemente a fine, mettendo il metodo fenomenologico a servizio del pensiero scolastico. Ma per trovarne il tempo, Edith decide di abbandonare il liceo domenicano di Spira.
Non è certo l'unico motivo. Attraverso la sua attività di conferenziera Edith è ormai conosciuta e apprezzata nella Germania cattolica. Il progetto di ottenere una libera docenza a una delle università tedesche viene incoraggiato da alcuni professori. Ma quasi subito si erge l'impedimento della razza. Negli anni 1931 e 32 l'antisemitismo comincia già a manifestarsi in segreto. Perciò Edith accetta la chiamata per un incarico all'Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster. E vi parte nella primavera del 1932. Prima però, si reca a Beuron per esporre all'arciabate Raphael Walzer il suo desiderio di entrare al Carmelo. Non è la prima volta. Fin dal primo incontro con lui, nel lontano 1922, gli aveva parlato della sua vocazione. Ma tutte le volte aveva ricevuto la stessa risposta: "Vedi di fare nella Chiesa quello che la Chiesa attende da te". E lo stesso dovette sentire da Mons. Schwind che la diresse a Spira per alcuni anni: "Aspetta perché la Chiesa riceva da te il servizio che da te sta aspettando. La Chiesa ti aspetta nel mondo dell'insegnamento. Devi prenderlo in considerazione".
La riserva di fronte alla sua vocazione claustrale da parte dei suoi direttori era anche motivata dal pensiero alla madre, l'anziana signora Augusta Stein. La conversione della figlia al cattolicesimo fu un colpo terribile per questa donna forte, tanto che Edith, nel momento di confidarle il passo compiuto, la vide piangere. E non aveva mai visto una lacrima negli occhi di sua madre! Il dover parlarle ora di un progetto vocazionale sembrò a tutti qualcosa di disumano, impossibile da esigere dal cuore della mamma. Eppure, Edith non viene meno nella convinzione di essere chiamata al Carmelo. È pronta al sacrificio totale, ad affrontare, eroicamente, il distacco definitivo dalla madre e, in un certo senso, dalla famiglia che non è in grado di capirla. E tutto ciò in forza di una ininterrotta fedeltà al dinamismo evolutivo della grazia battesimale che in lei è anche la grazia vocazionale.
Di questa fedeltà si fanno eco le sue conferenze e indagini sull'etica delle professioni femminili. Riassumendo lo specifico femminile sostiene che
"soltanto Dio può ricevere interamente il dono di sé di un essere umano in modo tale da riempire tutta la sua anima senza nulla perdere di sé. Per questo il dono incondizionato di sé, che è il principio della vita religiosa, è nello stesso tempo l'unica realizzazione possibile delle aspirazioni della donna" (Formazione e vocazione della donna, 106).
È questa la meta cui Edith aspira, che le dà la forza di superare ogni discussione relativa al giudizio e alle vedute dell'ambiente. Una volta detto il sì al Signore, non c'è nulla che le può strappare un no. Non può non trasportare sul piano della vita le spiccate qualità logiche del pensiero. Per realizzare se stessa, nel suo essere di donna e cristiana, non vede altra via se non quella del dono incondizionato di sé a Dio nel Carmelo.

3. Al Carmelo di Colonia
Nel 1933, con la presa del potere del nazionalsocialismo in Germania, entrano in vigore le misure anti-ebree. Anche Edith non può continuare l'insegnamento all'Istituto pedagogico di Münster. Viene a conoscenza della persecuzione degli ebrei, delle vittime di fanatico razzismo, attraverso le notizie comunicate da un giornale americano. Soffre terribilmente. Ma rifiuta la possibilità di riparare in Sudamerica, dove le viene offerta una cattedra. Misteriosamente intuisce che il suo destino è quello di tutto il suo popolo.

L'ultima lezione della dottoressa Stein ha luogo al Marianum il 25 febbraio 1933. Un mese dopo parte per Beuron, per passarvi la Settimana Santa e per parlare della rinnovata scelta del Carmelo con l'arciabate Walzer. A Münster, nella chiesa di San Ludgeri chiede davanti a un grande Crocifisso un'ultima chiarezza. "Non me ne andrò, - dice a se stessa -, finché non avrò avuto una risposta chiara sulla mia entrata nel Carmelo". È lei che lo racconta nella relazione sul suo cammino al Carmelo, scritta il 18 dicembre 1938 e consegnata alla sua Priora pochi giorni dopo come dono di Natale. "Quando fu impartita la benedizione finale, avevo già avuto il consenso del Buon Pastore", liturgicamente celebrato in quella domenica 30 aprile.
Ormai il permesso del suo direttore spirituale, padre Raphael Walzer, è ottenuto. Egli comprende l'impossibilità per Edith di pensare a una carriera pubblica, universitaria. Nella lettera di raccomandazione, indirizzata al Carmelo di Colonia, il Padre tuttavia fa qualche riserva: l'anziana madre della postulante e le sue preziose attività per la vita cattolica in Germania. Ma non può non mettere in luce "la sua maturità religiosa e la sua profondità, essendo tali che non occorre dirne parola alcuna... Da molto tempo il Carmelo è il suo ideale".
Nonostante i suoi 42 anni, la sua origine ebraica e la sua conversione all'età di 30 anni, la dottoressa Stein viene accettata dalla comunità. Prima di entrare passa un mese nella foresteria del Carmelo di Colonia e partecipa, dalla cappella esterna, alla recita delle Ore liturgiche. Trova il tempo per parlare, in parlatorio, con la Priora e con la Maestra delle novizie. L'impressione che lascia corrisponde indubbiamente alla lettera di raccomandazione del suo parroco e confessore a Munster, il decano della cattedrale, dott. Adolfo Donders:
"La signora dottoressa Edith Stein (... ) è un'anima privilegiata, ricca di amor di Dio e del prossimo, piena di spirito della Sacra Scrittura e della Liturgia. Sarà per tutte un modello di profondissima pietà e di fervore nella preghiera, gioia per la comunità, piena di bontà e amore verso il prossimo. . . Ha fatto molto con la parola e con la penna, specie nell'Associazione degli studenti cattolici e nell'Unione di Donne cattoliche. Eppure desidera rinunciare all 'attività esterna per incontrare al Carmelo, seguendo l'esempio di Santa Teresa, 'la perla preziosa', Gesù Cristo".

Anche le monache, vedendo Edith immersa nella preghiera, possono costatare il grado di vita interiore raggiunto dalla postulante. Edith stessa rievoca il significato per la vita interiore della sua formazione alla preghiera liturgica avuta a Beuron, ma dice anche di non aver avvicinato il pensiero di farsi benedettina. "Ho sempre avuto l'impressione che il Signore mi riservasse qualcosa che posso trovare soltanto al Carmelo". Così scriveva nel 1938, aggiungendo: "Ciò ha fatto impressione".
Per varcare la soglia del Carmelo è previsto il 14 ottobre. Già prima Edith aveva scritto a casa di essere stata accolta nella casa delle suore di Colonia. I familiari, pensando che avesse trovato un nuovo incarico, le mandano le felicitazioni. A metà agosto parte per Breslavia, per l'ultimo addio alla madre, ai fratelli, di cui avrebbe rivisto soltanto Rosa e per un'oretta Arno, di passaggio per Colonia nel viaggio per l'America. Nella relazione di Edith per la Madre Teresa Renata è descritto dettagliatamente l'ultimo incontro con la madre. È forse la pagina più commovente di tutta la vicenda terrena della Stein, quella che più in lei rivela sentimento ed emotività. "Ciò che ho passato, fu terribile", confessa. Trovandosi sola nel treno per Colonia, "nessuna gioia esuberante" poteva riempire il suo cuore. "Troppo spaventoso ciò che ho lasciato! Ero, però, in una calma profonda - nel porto della volontà divina". Così scrive.

La postulante
Dopo i primi vespri della solennità di Santa Teresa di Gesù la porta di clausura si apre. Edith "varca in profonda pace la soglia per entrare nella casa del Signore". Un grosso mazzo di bianchi crisantemi, portato da alcune insegnanti venute per salutarla, accompagna quasi simbolicamente la sua entrata. Viene accolta con cordialità e vero affetto fraterno, come tutte le postulanti senza distinzioni. Per le religiose che forse non hanno mai sentito il suo nome, così conosciuto nei circoli cattolici intellettuali, Edith è semplicemente la postulante, già destinata per la fondazione di Breslavia. La considerano uguale alle altre tre del Noviziato che saranno le sue compagne. Deve mettere un modesto abito nero con la mantellina e coprire i lunghi capelli con una cuffietta di panno nero. Le viene assegnata la sua cella, spoglia e nuda, come lo prescrive la Regola, con una grande croce alla parete, un pagliericcio, qualche coperta, un tavolino e una sedia, in terra il catino con la brocca per lavarsi. I suoi libri, spediti in 6 casse e ben divisi in filosofia, teologia, psicologia, sono finiti in biblioteca. Per servirsene deve chiedere il permesso alla sua Madre Maestra.
Ma Edith non pensa per il momento a continuare con i lavori intellettuali. Deve imparare l'orario della casa, le ceremonie, gli usi e soprattutto i lavori femminili, di cui si intende ben poco. Andare in cucina richiede spesso sforzi considerevoli, non essendo mai stato necessario per lei pensare a prepararsi i cibi. Qualche religiosa anziana s'interessa se la postulante sa cucire bene. Ebbene, qualche punto lo sa anche fare. Ma è lontanissima dalla perfezione nel cucito che hanno raggiunto le altre consorelle. E c'è poca speranza in lei di arrivarci! E non mancano le umiliazioni, prese da Edith serenamente, senza scoraggiarsi, convinta che siano per lei "una buona scuola di umiltà", come dirà in una lettera, necessarie "dopo tanti onori ricevuti nella sua vita".
Esternamente Edith appare a tutte sempre serena, equilibrata umile, caritatevole, capace di adattarsi a qualsiasi situazione, comprensiva per le gioie e i dolori delle sue compagne più giovani di vent'anni (due semplici professe e una postolante di "velo bianco"). In ricreazione è vivace, allegra, sa raccontare molte cose e rendere anche il minimo avvenimento attraente e interessante, sempre pronta a trovare quelle parole spirituali che vanno bene per tutte, che arrichiscono, che piacciono. Con particolare gioia, quasi infantile, festeggia il suo primo Natale al Carmelo. Sul mistero di Natale, in una conferenza tenuta nel 1930 a Ludwigshafen, aveva detto:
"Mettiamo le nostre mani in quelle del Divino Bambino, diciamo il nostro 'si' al suo invito 'Seguimi', e saremo suoi. Sarà libera la strada perché s'incarni in noi la sua vita divina... Questa è appunto la luce, venuta dalle tenebre, il miracolo della Notte Santa, che si accende nell'anima".
Ma aveva anche detto che "sulla medesima luce, così splendente nel presepio, discende l'ombra della croce... I1 cammino conduce irresistibilmente da Betlemme al Golgota, dal presepio alla croce". È vero, nel primo Natale Edith sperimenta profonda pace, per la quale ringrazia il Signore considerandola una "grazia del tutto immeritata". Ma nel cuore ha il pensiero alla mamma che non è riuscita ad accettare la scelta della figlia. Tutte le settimane, puntualmente al venerdì, ha pronta una letterina per la signora Stein. Così ha sempre fatto. Ma ora non le giunge più la risposta. Forse nelle lunghi notti d'inverno, nel silenzio della sua cella, ripensa i momenti strazianti dell'ultimo giorno, il 12 ottobre, suo compleanno, che ha passati con la mamma. Dopo averla accompagnata alla funzione nella sinagoga della scuola dei rabbini, al ritorno in tram le aveva detto che il primo periodo della vita religiosa era solo una prova. Ma la mamma aveva replicato: "Se tu fai una prova, sono certa che la superi". Alla sera, poi, il lungo pianto dell'anziana signora. L'aveva abbracciata stringendo al seno il suo bianco capo, restando così a lungo, fino a tardi. Poi, aiutandola a svestirsi si era seduta sul suo letto per esserle vicina. finché lei non l'aveva mandata a dormire. Ricordi indelebili nell'anima di Edith, e forse non del tutto privi di qualche conflitto interiore sul piano della coscienza, specie a causa dell'incipiente persecuzione degli ebrei, sentita già in famiglia. Lei può vivere ancora in pace. Ma la mamma? Fino a quando?...

La novizia
Il 15 febbraio 1934 si fa la votazione per ammettere Edith al noviziato. Pochi giorni prima era venuto anche il medico. La salute è ottima. Obiezioni da fare? Il fatto che Edith non ha la dote non crea problemi. Del resto, Edith andrà a Breslavia per la fondazione. Si vedrà.
La vestizione è fissata per il 15 aprile, festa del Buon Pastore, precisamente un anno dopo la chiarezza ricevuta dinanzi al Crocifisso di San Ludgeri in Münster. Per la cerimonia vengono anche alcune personalità di alta cultura e di organizzazioni cattoliche, a lei più vicine. Un pubblico eletto nella cappella del Carmelo di Colonia, come mai si era visto. Edith indossa l'abito bianco da sposa. La seta gliel'ha regalata la sorella Rosa. Non è venuto nessuno della sua famiglia che partecipa solo per lettera alla sua vestizione. Ma è presente l'arciabate Raphael Walzer per presiedere all'Eucaristia. Husserl ha mandato un telegramma. Tra gli invitati l'amica Edvige Conrad Martius, Peter Wust che scriverà un articolo per la Kölner Volkszeitung sul cammino di Edith verso la verità, quella che include la filosofia della ratio e della mistica, un cammino simbolicamente espresso nel nome nuovo "suor Benedicta, colei che è 'benedetta' dalla verità, con tutta la pienezza della Verità".
Edith sceglie questo nome perché si sente "benedetta" da Cristo che ha vinto sulla croce, "benedetta" dopo lungo cammino e lotta notturna, simile a quella di Isacco con Dio sulle rive del fiume Jabboth, "benedetta" fra le donne del popolo ebraico dall'amore sponsale di Cristo Crocifisso, "benedetta" per essere eletta da Dio a vivere la "sponsialità ecclesiale" nel segno della croce, nel sacrificio, nell'espiazione.
Poco si sa dell'anno di noviziato. Nella prima biografia di Edith, scritta dalla sua Maestra e poi Priora M. Teresa Renata, e pubblicata nel 1948, quando non si pensava minimamente a una futura santificazione, viene messa in luce la sua assoluta fedeltà e puntualità all'orario, agli atti comuni, tutt'altro che facile in chi si dedica a lavori intellettuali. Infatti, il Provinciale aveva dato ordine di dispensare Edith da tutti gli altri lavori per darle il tempo sufficiente di continuare la sua opera "Potenza e atto", che Edith non era riuscita a terminare prima dell'entrata al Carmelo; aveva portato con sé il manoscritto. In più fa qualche traduzione dal latino, lavora per terminare 1'indice per la sua traduzione di Quaestiones disputatae de veritate di san Tommaso e scrive qualche pagina della "Storia della sua famiglia", cominciata già a casa. Questo lavoro non esclude in lei un'intensa lettura dei Santi dell'Ordine. Frutto ne sono indubbiamente gli opuscoletti: Teresa d'Avila, stampato nel 1934, Santa Teresa Margherita Redi (in occasione della canonizzazione), pubblicato nel 1934, e un articolo su Storia e spirito del Carmelo, pubblicato per far conoscere l'Ordine (in Augsburger Postzeitung, 1935).
Tutti questi lavori e altri scritti spirituali e pedagogici, hanno senza dubbio creato una situazione particolare della novizia suor Teresa Benedetta. È da chiedersi se la Maestra, M. Teresa Renata che aveva press'a poco la stessa età di lei (era maggiore di 6 mesi), che la stimava per le sue doti intellettuali e le posizioni avute nel mondo della scienza, abbia applicato senza distinzione nei confronti di Edith i metodi e principi di educazione e di formazione usati in quel tempo, come si legge nella sua prima biografia. D'altra parte, Edith, per molti anni vissuta nell'indipendenza e, soprattutto, per natura abituata a portare avanti tutto da sola, ad organizzare tutto secondo i propri criteri, a gestire la propria sensibilità, ha fatto non poca fatica per inserirsi nell'ambiente e per cogliere i suggerimenti, gli stimoli, che da esso le potevano venire. Ciò spiega perché risponde al Provinciale, che le chiede se ha trovato qualche disillusione, con una sola parola: "Il Carmelo", intendendo la realtà della vita comune con gli obblighi di obbedienza, di dipendenza, di rinuncia . L' impatto con l ' ambiente, sofferto sotto vari aspetti, dev 'essere stato in Edith il problema più emergente della sua vita carmelitana, e non solo durante l'anno del noviziato. Qualche anno più tardi scriverà nella biografia di Caterina Esser, la fondatrice del "secondo" Carmelo di Colonia:
"All'età di quarantasei anni non era un piccolo sacrificio per lei (Caterina Esser), che era stata per tanto tempo padrona di sé, farsi di nuovo bambina, obbedire e assoggettare il proprio giudizio a quello dei superiori. Ella ha confessato più tardi che la cosa le era costata amaramente".
Edith è cosciente di questa difficoltà. Sa che deve fare considerevoli sforzi per superarsi, per giungere alla liberazione interiore, sforzi notati anche dalle consorelle, ma avvolti dell'impegno di nasconderli. La sua compagna di noviziato, suor Teresa Margherita, dirà una ventina d'anni più tardi di questi sforzi nascosti:
"Vivendo di un forte spirito di fede, (Edith) predilesse assai la virtù dell 'obbedienza. Tuttavia, anche per coloro che poterono osservarla tutti i giorni nei suoi sforzi, non è facile riferirne qualche particolare. Seppe sottomettersi e adattarsi così bene da non emergere mai" (E.Stein. Eine Heilige?, 8-9).
Ma anche questa situazione serve alla novizia per maturare, per rimanere ferma nella decisione presa. Non influisce sulla sua serenità. I testimoni del tempo ripetono unanimi di aver visto Edith contenta e felice. E lei stessa lo sottolinea nelle lettere e nei colloqui in parlatorio.

La professa
Sr. Teresa Benedetta pronuncia i voti semplici per tre anni il 21 aprile 1935, domenica di Pasqua. Si era preparata con 10 giorni di Esercizi, ricordando le Settimane Sante passate nel silenzio della grande abbazia di Beuron. Una giovane postulante le chiede come si sente. Edith risponde: "Come la sposa dell'Agnello", evidentemente un'allusione all'Apocalisse, all'Agnello che verrà ucciso, alla sua partecipazione ai patimenti di Cristo. Non si illude del suo destino. "Verranno anche qui a portarmi via", dice ad un' amica venuta pochi giorni dopo la sua professione per salutarla in parlatorio. "Non posso pensare che mi lascino qui in pace". È consapevole di avere un'altra missione. "Non è l'attività umana che ci può salvare, ma soltanto la passione di Cristo. A questo aspiro" .
Intanto qualcosa nei rapporti con l' anziana madre comincia a cambiare. Rosa le comunica che la signora Augusta à andata un giorno, senza dire nulla a nessuno, a vedere il nuovo Carmelo di Breslavia. Non è forse un segno di amore materno che desidera conoscere lo stile di vita della figlia? Nelle lettere di Rosa c'è, talvolta, anche un breve saluto. Poi arriva una letterina indirizzata a "Schwester Teresia". Questa consolazione non dura molto tempo. Nel 1936 arriva la notizia della grave malattia della signora Courant. Edith soffre molto in silenzio. Il 14 settembre, durante la rinnovazione dei voti, la madre passa a migliore vita, confortata dalla fede dei Profeti. C'è da ringraziare il Signore d'averle risparmiato di vedere sinagoghe incendiate e amici deportati nei campi di sterminio. Poco dopo la sua morte, Edith rivede la sorella Rosa, venuta a Colonia per ricevere il battesimo, il 24 dicembre, nella cappella del monastero. Dal coro, col cuore riconoscente, prende parte alla cerimonia.
La neoprofessa continua con gli stessi lavori intellettuali di prima. Dietro richiesta di alcuni sacerdoti scrive l'articolo: La preghiera della Chiesa ( pubblicato nel 1936). Ma soprattutto rielabora per la stampa il suo studio su Potenza e Atto che avrà il titolo: Essere finito e Essere eterno. Seguono la biografia di Caterina Esser e la breve meditazione Sancta discretio (1938) che Edith presenta a Madre Teresa Renata, priora dal 1936. Questa aveva appena terminato il suo libro su Doni e frutti dello Spirito Santo. La discrezione - le dice Edith - "è parte essenziale di ogni dono, tanto che i sette doni ne costituiscono le diverse espressioni ( Auswirkungen ) ". Da quest 'affermazione, prendendola quale punto d'aggancio, Edith consiglia alla sua Priora la "sapiente prudenza" (weise Masshaltung) nell'adempimento del suo ufficio, cioè la discrezione. "Chi deve guidare le anime, ne (di discrezione) ha particolarmente bisogno e non deve agire arbitrariamente".
Questa parola franca, forse si doveva dirla in un tempo così difficile per la Chiesa in Germania e specie per la vita religiosa. Edith la dice delicatamente, preoccupata come sempre di vedere la perfezione nel pensiero e nelle azioni degli altri. Del resto, quando si tratta della verità, non si lascia mai suggestionare da nulla. Con Madre Teresa Renata i rapporti erano buoni, nonostante la differenza di cultura e di carattere delle due donne. Per Edith, la Priora era come una tenera madre.
Il 21 aprile 1938, in quell'anno Venerdì Santo, suor Teresa Benedetta emette la professione perpetua. È veramente la sposa dell'Agnello, inchiodata sulla croce di Cristo, strettamente unita alle sue sofferenze. Ma "Egli con la sua morte e croce ci condurrà alla gloria della risurrezione" (Scientia crucis, 207) . E alla contemplazione del divino Crocifisso associa Maria Santissima. Stando sotto la croce, la vede come prototipo di tutti coloro che si uniscono al Redentore, lei che ci ha preceduto sulla via della donazione totale al Signore, essendo la nostra guida.
Nel 1938 le misure antisemitiche del nazionalsocialismo tedesco prendono dimensioni spaventose. Edith non si nasconde che mette in pericolo la sua comunità con la sua sola presenza. Riparare in Israele?
Il pensiero si affaccia anche in lei. Ma solo dopo la notte del 9 novembre, in cui mani assassine incendiano tutte le sinagoghe della Germania, appare indispensabile un suo trasferimento all' Estero. Nella notte di San Silvestro, un amico fedele del Carmelo la porta, con la sua macchina, oltre la frontiera olandese al Carmelo di Echt. Alcuni giorni prima suor Benedetta aveva scritto in una lettera: "Devo dirle che oggi conosco molto meglio cosa significa essere sposata a Cristo nel segno della croce. Ma comprenderlo a fondo non lo si potrà mai, poiché è un mistero".

4. Nel mistero della Croce
Il distacco dall'amata famiglia religiosa fu doloroso. "Ma ero convinta che questa fosse la volontà di Dio e che in tal modo si potessero evitare mali maggiori". Così scrive Edith da Echt. Verso la fine dello stesso anno 1939 esprime la sua riconoscenza per aver trovato un sicuro porto di pace. Eppure:
"È sempre vivo in me il pensiero che non abbiamo quaggiù dimora stabile. Non ho altro desiderio se non che in me e per me si compia il volere di Dio. Da lui dipende lasciarmi qui quanto tempo vuole e quello che accadrà poi... Non c'è bisogno che io mi preoccupi. Ma è necessario pregare molto, per restare fedele in ogni situazione".
Preghiera e fedeltà alla propria vocazione, ecco la disposizione di suor Teresa Benedetta di fronte alla possibile deportazione e morte. Nell'apprendere le notizie allarmanti che vengono dalla Germania, l'intuizione del martirio a poco a poco si rafforza e diventa preparazione convinta. Già nell'ultimo anno passato a Colonia si era sentita in profonda armonia con la regina Ester dell'Antico Testamento, questa donna forte, coraggiosa, pronta ad offrire la propria vita per la salvezza del suo popolo. Anche Edith può dire:
"Sono certa che il Signore ha accettato la mia vita per tutti... Ester è stata scelta tra il suo popolo proprio per intercedere davanti al re per il suo popolo. Io sono una piccola Ester povera e impotente ma il Re che mi ha scelta è infinitamente grande e misericordioso. È questa una grande consolazione".
È un pensiero che non l'abbandona più. Nel 1941, per 1'onomastico della Priora, M. Antonia, compone un testo poetico, intitolato Dialogo notturno, di cui protagonista è la regina Ester. Al momento tragico Ester si avvicina al sovrano ad implorare la salvezza per il suo popolo. Avvolta da un'esperienza estatica notturna, le appare "un monte spoglio, e sul monte una croce, e sulla croce era confitto Uno che sanguinava dalle mille piaghe. E noi fummo assaliti dalla sete di abbeverarci tutti di salvezza alla sorgente che da quelle piaghe sgorgava". Ma all'improvviso scompare la croce. I1 suo sguardo s'inabissa in "una luce dolce, beatificante, uscita dalle piaghe di quell'Uomo appena morto là, su quella croce... Lui stesso era la Luce, l'eterna Luce, da lontani tempi attesa: splendore del Padre, salvezza del popolo". Ester incarna la particolare religiosità di suor Teresa Benedetta, per la quale essa non è più la figura biblica legata all'Antico Testamento. Come questo continua nel Nuovo, così anche Ester, attraverso la visione notturna di Cristo crocifisso e Cristo luce, penetra nel Nuovo, nel segno dell'esperienza della croce. Lo stesso avviene in Edith. Offre la sua vita per il popolo ebraico e la sua offerta viene accettata, non come quella di una donna ebrea ma perché illuminata dalla fede nell'immenso valore redentivo del sacrificio di Cristo, perché immersa nel mistero della Croce e sostenuta dalla luce della risurrezione.
La Croce è al centro di tutta la vita spirituale di Edith. Ma specie da quando s' accanisce la persecuzione degli ebrei, al Carmelo di Echt si colloca incondizionatamente sotto la croce. La domenica di Passione del 1939 chiede il permesso di offrirsi "vittima d'espiazione al Sacro Cuore di Gesù per la vera pace". Il 9 giugno scrive il suo testamento che termina con le parole: "Fin d'ora accetto la morte che Dio mi ha riservato con perfetta sottomissione alla sua santissima volontà e con gioia. Prego il Signore che accolga la mia vita e la mia morte a suo onore e lode (…) come espiazione per l'incredulità del popolo ebraico".
Anche negli scritti di questi ultimi anni predomina il tema della croce, svelando in lei un profondissimo anelito di immedesimarsi con Cristo crocifisso, di essere con lui e in lui vittima di espiazione. Nascono le sue meditazioni per la rinnovazione dei voti: Le nozze dell'Agnello (1939), Ave Crux (1940) e il suo studio sull' idea ispiratrice della vita e dell'opera di San Giovanni della Croce, per cui sceglie il titolo Scientia crucis.
Dopo tre anni di permanenza ad Echt, suor Teresa Benedetta avrebbe potuto essere incorporata nel nuovo Carmelo. Ma i superiori non sanno decidersi. I motivi non sono del tutto chiari. Incertezza? Sentimenti inconsci di rifiuto di una "straniera"? C'era sufficiente convenienza di fare il passo? Edith si abbandona con fede nelle mani dei superiori. "Sono contenta in ogni caso". Ma non può non dire alla sua Priora: "Una scientia crucis si può acquistare solo se si ha la grazia d'assaporare fino in fondo la croce. Di questo fui convinta dal primo istante, e ho detto di cuore: 'Ave Crux, spes unica!' ".
Mentre scrive questo biglietto, Edith pensa anche alla sorella Rosa, arrivata ad Echt, dopo parecchie traversie. I superiori avevano respinto la sua richiesta di fermarsi al Carmelo come suora esterna. L'incertezza anche nei riguardi di Rosa, fortemente sentita da suor Benedetta, la conferma nel suo silenzioso ma deciso orientamento verso la sola Croce.
"Come Gesù, nell'abbandono prima della morte, si consegnò nelle mani dell'invisibile e incomprensibile Iddio, così dovrà fare anche l'anima, gettandosi a capofitto nel buio pesto della fede, che è l'unica via verso l'incomprensibile Iddio".
Edith scrive queste parole nel suo saggio più originale intitolato Scientia crucis. Ha intrapreso il lavoro dietro l'invito dei superiori in occasione del 400° anniversario della nascita di san Giovanni della Croce. Si è voluto chiamare l'opera, rimasta incompiuta, un modello di studio fenomenologico-teologico della mistica, nato in una situazione interiore, spirituale e umana di sofferenza, che esprime la sua "più alta dedizione spirituale (Hingabe) all'ideale dell'Ordine" e appare insieme "come il distacco definitivo dalla vita e l'elevazione sopra il finito, nella sublimazione di ogni sofferenza umana" (Post-scriptum di L. Gerber, ed. ted. 295). Secondo Edith si ha "una teologia della croce che scaturisce dall'intima esperienza di San Paolo" (cf Scientia crucis, 37) e si tratta in essa di "una verità viva, reale e attiva", nella quale intravvede "la norma di vita dei Carmelitani Scalzi". Scopre in Giovanni della Croce un autentico messaggio concentrato nel "Verbo della croce ( . . . ) che investe tutti coloro che si aprono alla sua azione". Eppure "la croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l'alto, ( . . . ) simbolo trionfale con cui Cristo batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso" (ib. 38-39). Ma per arrivarci bisogna
"passare con Lui attraverso la morte in croce, come Lui crocifiggendo la propria natura con una vita di mortificazione e di rinunzia, abbandonandosi ad una crocifissione piena di dolore e foriera di morte, come Dio disporrà o permetterà. Quanto più perfetta sarà tale crocifissione attiva e passiva, tanto più intensa ne risulterà l 'unione col Crocifisso e tanto più ricca la sua partecipazione alla vita divina" (ib. 53).
Su questa base si costruisce il cammino verso l 'esperienza mistica, studiato da Edith ricorrendo a concetti moderni della filosofia della persona, ma elaborati alla luce della metafisica cristiana. Il Dio trascendente può rivelarsi all'anima come Persona che con infinito amore si comunica, toccandola nel suo più intimo. Ma anche con la sua azione potente "di inserirsi nel destino delle anime", operando "la rinascita dell'uomo sotto l'azione della sua grazia santificante", Dio si rivela. Come? Nella notte della fede come Divina Tenebra. Le vie della conoscenza di Dio, cui dedica un breve studio sulla teologia simbolica dello Pseudo-Dionigi, percorrono la strada della theologia negationis e della mistica esperienza dell'oscurità. Anche a Edith Dio non si è svelato se non "nell'impenetrabilità dei suoi misteri", accolta nell'atteggiamento di fede, di speranza e di amore. "Ciò che noi crediamo di vedere è solo un fugace riflesso di ciò che il mistero divino nasconde sino al giorno della futura chiarezza. Questa fede nella storia segreta ci deve confortare", scrive nel 1941 in una lettera, "deve darci la pace".
Non c'è dubbio che suor Teresa Benedetta ha vissuto gli ultimi mesi nella notte della fede, guidata da San Giovanni della Croce. Nel contemplare la vita del Dottore mistico del Carmelo, immergendosi nell'ultima tappa, scopre nella sua morte la sublime conformità a Cristo "raggiunta sulla vetta del Golgota" (Scientia crucis, 45). Pochi mesi dopo aver scritto queste righe, anche lei raggiunge l'ultima stazione della sua via crucis. Viene strappata al suo monastero e cammina incontro alla Croce del Golgota di Auschwitz.
Dal gennaio 1942 Edith si rende conto che la sua presenza al Carmelo di Echt può avere spiacevoli conseguenze per la comunità. L'Olanda è occupata della Germania e con una sottilissima rete si moltiplicano i centri delle SS. Sia Edith che Rosa vengono chiamate a Maastricht e devono fornire informazioni sul loro conto. Si esige anche da loro di portare la stella gialla sul vestito, segno di essere ebrei. Suor Teresa Benedetta cerca con ogni mezzo di ottenere un visto per la Svizzera per riparare al Carmelo di Le Pâquier. Ma la risposta desiderata non viene. Come fare? Attendere per avere almeno i documenti? E poi partire.
Qui bisogna pensare che il Carmelo di Echt, situato in una cittadina olandese, conosceva ben poco della triste realtà politica e antisemitica del momento. Per partire Edith avrebbe dovuto lasciare il paese vestita dell'abito religioso, senza un franco in tasca, sul petto la stella giudaica e così passare per tutta la Germania, esposta a continui pericoli. Forse ci sarebbe stata una via per lasciare l'Olanda clandestinamente, vestita in borghese. Ma nella sua rettitudine, nella sua sincerità e assoluta verità in tutto, non si sentì portata a fuggire. In più non è da separare Edith da una misteriosa intuizione che il piano di Dio nei suoi riguardi stesse per realizzarsi. L'ora dell'effettivo sacrificio s'avvicina infatti.
Causa per far esplodere l 'odio e il piano di sterminio degli ebrei olandesi, diventa la lettera pastorale dell'arcivescovo Jong di Utrecht, letta il 26 luglio 1942 in tutte le chiese di Olanda. Essa contiene la protesta della Chiesa contro la deportazione degli ebrei. La risposta delle SS è immediata. Gli ebrei battezzati, sacerdoti e religiose di origine ebraica, vengono arrestati e deportati al campo di concentramento. Tra loro sono Edith e Rosa. Due ufficiali tedeschi delle SS sono arrivati al monastero di Echt. Suor Teresa Benedetta è costretta a lasciare la casa entro cinque minuti. Alla porta la attende Rosa. Suor Benedetta prende la sua mano: "Vieni, noi andiamo per il nostro popolo". E intende il popolo ebraico.
Nella notte tra il 2 e il 3 agosto arrivano al campo di smistamento di Amersfort. Poi, nella notte tra il 3 e il 4 agosto, con molti altri prigionieri ebrei vengono spostate al campo di Westerbork, situato in una zona completamente disabitata al nord dell'Olanda. Edith riesce ancora a inviare un biglietto alla Priora del Carmelo di Echt, che affida alla mamma di una religiosa, giunta al campo con valigie per la figlia. La data è il 6 agosto. Contiene una brevissima richiesta di mandarle calze di lana e due coperte, e per Rosa vestiti di lana. Importante la nota: "Domani parte un trasporto (Slesia o Cecoslovacchia??)".
In uno studio grafologico si caratterizza il ritmo grafico di quest' ultima letterina, rivelando due aspetti:
"Da un lato un continuo cadere dell'impulso in progressiva flessione; da un altro lato una continua ripresa, al punto che, nonostante tutto, presenta sempre il carattere degli altri diagrammi, come una fisionomia indistruttibile. Il grafologo abituato a leggere l'onda grafica vi coglie un'indicibile sofferenza e insieme quel sottofondo di potenza e di dinamismo che nonostante tutto è presente" (N. Palaferri, Analisi su grafie della beata Edith Stein, dattiloscritto, Urbino 1988, 4).
L'analisi conferma le testimonianze raccolte su Edith durante i cinque ultimi giorni passati al campo. Ha accettato volontariamente il proprio destino e l'ha vissuto sino in fondo offrendosi vittima per il suo popolo ebreo. Nel suo breve scritto Das mystische Suhneleiden (Espiazione mistica) aveva sottolineato:
"Il Salvatore non è solo sulla croce... Ogni uomo che nella successione dei tempi sopportò con pazienza un destino duro pensando alle sofferenze del Salvatore e che prese su di sé volontariamente una vocazione espiatrice, ha contribuito con ciò ad alleggerire il carico enorme dei peccati dell'umanità e ha aiutato il Signore a portare il suo peso. Ancora di più, Cristo, il Capo, compie l'opera redentrice in quelle membra del Corpo Mistico, che si uniscono a Lui in anima e corpo per la sua opera di salvezza... La sofferenza riparatrice, accettata volontariamente, è ciò che in realtà più profondamente unisce al Signore".
In questa consapevolezza Edith Stein vuole portare coraggiosamente e con forza straordinaria a fine la sua missione nella Chiesa. Oggi non ci sono più dubbi che le sorelle Stein, poco dopo l'arrivo ad Auschwitz-Birkenau, sono state uccise nelle camere a gas. Edith aveva 51anni, Rosa 59. Un teste oculare, Luigi Schlütter, che poco prima della partenza da Westerbork scambiò qualche parola con Edith, riferisce questa sua attestazione: "Qualunque cosa possa accadere, sono preparata a tutto. Gesù è anche qui in mezzo a noi". E Gesù sarà stato in mezzo ai poveri ebrei che, spasimando sotto il terribile tossico, hanno terminato la loro vita chiusi nel sotteraneo della "casa bianca" di Auschwitz. "Una morte sofferta con magnanimità, col sigillo di una testimonianza cruenta senza pari" (Edvige Conrad-Martius, in Relatio et vota, 141).

La cerimonia della beatificazione si tenne il 1 maggio 1987. La cerimonia solenne della canonizzazione l'11 ottobre 1998.

Ultima modifica il Giovedì, 20 Luglio 2017 10:00
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